REDAZIONE@AOSTANEWS24.IT

L’Univda “piange” ancora: le infiltrazioni d’acqua sono lacrime dei valdostani

Immagine di di Giuseppe Manuel Cipollone

di Giuseppe Manuel Cipollone

Cos’è che si è rotto veramente in questo Paese? E’ una domanda che ricorre nella mia testa di frequente. Ed è una domanda che prima delle altre mi è tornata ieri sera, quando – come molti altri – ho letto l’articolo dei colleghi di Aostasera sulle infiltrazioni d’acqua nel nuovissimo Ateneo dell’Università della Valle d’Aosta. Nuovissimo, appena inaugurato e già fallato.

Io sono onesto: faccio sempre gran fatica a scrivere di UniVd’A. Un sentimento d’affetto verso l’istituzione, che risale agli anni di studio, mi impedisce di farlo con serenità. Peraltro sono gli unici studi universitari, quelli valdostani, che ho compiuto fino al termine. Anni felici, vissuti con soddisfazione e gratitudine per l’esperienza che mi è stata offerta dalla Valle d’Aosta.

Per questo affetto raramente mi concedo giudizi tranchant, anche se – in cuor mio – all’orizzonte vedo tutte le incognite di un progetto universitario che a distanza di due decenni sta ancora cercando una sua identità stabile. Un’identità – permettetemi l’ironia – sul suo ruolo nel cuore di Aosta e non certo di genere, vista anche una certa influenza woke che mette radici.

Ma bando alle ciance: le immagini di queste perdite d’acqua, a venti giorni dall’inaugurazione, sono davvero emblematiche. La classica goccia che fa traboccare il vaso. Abbiamo tutti gioito di cuore al taglio del nastro, come non mai. Una gioia pari a quella di un nascituro tanto atteso che finalmente è arrivato. Ed ora queste nuove immagini delle infiltrazioni indignano, altrettanto, come non mai.

Immagini simbolo che indignano per i troppi anni che sono occorsi per costruire l’Ateneo, per gli oltre 40 milioni di euro spesi. Soldi della collettività, è bene ricordare.

Cosa si è rotto davvero in questo Paese? Io onestamente non riesco più ad arrabbiarmi, nemmeno con la politica miope. In qualche modo sono esausto anche per quello.

Non funziona più niente realmente, in Italia abbiamo sempre mille piani, convenzioni, progetti, intese, carte, pareri, studi, titoli accademici e esperti. Abbiamo soprattutto mille leggi. Ma che dico mille, di leggi ne abbiamo 100mila, per ogni cosa. Poi i cantieri restano aperti il doppio della durata delle opere costruiteci dentro. Il cantiere è oramai il fine e non il mezzo. Esattamente come i processi, vien da dire.

Abbiamo perso i fondamentali, senza nessun dubbio. Un geometra di campagna e un muratore senza elementari di inizio ‘900 valevano gran parte dei grandi studi tecnici e di architettura contemporanei o delle grandi aziende di costruzioni odierne, impegnate freneticamente ad aggiudicarsi il prossimo appalto a massimo ribasso. I primi costruivano perché l’edificio – per modesto che fosse – durasse nel tempo. I secondi costruiscono puramente per business e al massimo per soddisfare un ego.

Un po’ come le bellissime travi inarcate alte tre piani e i bellissimi pannelli che compongono la facciata del nostro “ghiacciaio”, da cui ora – in tempo di riscaldamento globale – già scende l’acqua. Certo va detto che messe insieme fanno mostra di un maestoso vezzo architettonico, il quale pari dell’arte moderna a cui si ispira – spesso – diventa apologia di un orrore. Sicuramente queste scelte stilistiche erano giuste per riempire il petto di chi le ha disegnate, al massimo giuste per destare impressione il giorno dell’inaugurazione. E poi?

E poi per i prossimi trent’anni sarà necessario chiamare degli alpinisti che, imbracati come il Soccorso Alpino Valdostano, arriveranno per pulire i vetri. Signori, per pulire i vetri dell’Università ci vogliono gli scalatori.

Gli scalatori…

E così mentre continuo a domandarmi quale sia realmente la malattia profonda che ha colpito la psiche e la coscienza collettiva di questo Paese, non posso non citare il mai tramontato Vittorio Sgarbi che in qualche programma tv, tempo fa, mentre parlava dell’ennesima impresa architettonica di Renzo Piano diceva: “io non voglio pagare più un centesimo per queste m*rde, capito?”.

Ecco nemmeno io, come lui, vorrei pagare ancora. O almeno se devo pagare, vorrei farlo a patto che in futuro tornassimo – un po’ tutti nel proprio settore – ai fondamentali. Muri dritti, materiali semplici e resistenti, finestre ampie e comode, impianti elettrici basilari ma che funzionino a lungo.

Non è tempo di cattedrali questo, decisamente. È bene prenderne coscienza.

Giuseppe Manuel Cipollone

AostaNews24.it
Cercle Proudhon Edizioni
P.Iva 01242210076
Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2015