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Per il 25 Aprile la memoria non sia selettiva: don Prospero Duc e don Luigi Bordet, due preti valdostani martiri

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di Redazione

Il primo gennaio 1915 nasceva a Châtillon Prosper Joseph François Duc. Nel 1938 venne ordinato sacerdote. Fu prima vicario a Morgex, poi a Brusson. Dal 18 settembre 1941 fu nominato parroco di Chesallet. Venne ucciso da un gruppo di fascisti il 19 aprile 1945, pochi giorni prima della liberazione. La sua colpa era stata quella di avere ottenuto dal comando tedesco la liberazione di una ventina di suoi giovani parrocchiani che rischiavano la fucilazione. Fu ucciso in parrocchia a raffiche di mitra, sotto gli occhi della sorella.

Il 14 aprile 1896 nasceva a Donnas Louis Faustin Bordet. Benché seminarista durante la prima guerra mondiale, venne inviato a Torino nell’artiglieria di montagna e – da lì – al fronte in Trentino, sulla piana di Bainsizza e poi in Albania. Il 13 giugno 1924 venne finalmente ordinato sacerdote. Vicario a La Salle, vicario e rettore a Valtournenche, parroco di Arnad dal 1930 al 1939 e, infine, parroco di Hône dal primo gennaio 1939 al 5 marzo 1946, giorno in cui, a guerra finita da quasi un anno, venne ucciso con un colpo di fucile sul sagrato della chiesa mentre andava a suonare l’angelus. Don Bordet era un antifascista e un anticomunista convinto. Aveva dissuaso i fascisti dall’idea di bruciare il paese, ma questo non gli salvò la vita. La sua colpa? Aver ripetutamente messo in guardia i fedeli, anche dal pulpito, dai mali del comunismo.

Le due figure appena ricordate presentano molte similitudini. Entrambi sacerdoti, entrambi morti ammazzati nel periodo tra la fine e i primi mesi del secondo dopoguerra.

Diversa è stata la loro memoria. Mentre don Duc viene sempre ricordato e citato in libri ed articoli, sul povero don Bordet è caduto l’oblio. Il motivo è semplice: la Storia la scrivono i vincitori e, per i vincitori, ci sono morti di serie A, funzionali a un certo tipo di narrazione, e morti di serie B, non funzionali a tale narrazione. Sono morti di serie A quelli caduti per mano fascista e sono morti di serie B quelli caduti per mano antifascista.

I primi sono funzionali alla narrazione secondo cui, in quel periodo, gli eroi stavano tutti da una parte e i vigliacchi tutti dall’altra, le persone perbene anch’esse tutte da una parte e i criminali tutti dall’altra. I morti di serie B non sono funzionali a tale narrazione e su di essi deve cadere la damnatio memoriae. Si tratta di una visione manichea che non appare credibile nemmeno agli occhi di un bambino, ma che ci viene pervicacemente somministrata da ottant’anni.

Alcune persone intellettualmente oneste hanno tentato di cambiare questa narrazione. Il più famoso è stato Gian Paolo Pansa che, sul tema, ha scritto una serie di libri, il più conosciuto dei quali è il primo, intitolato ‘Il sangue dei vinti’. Male gliene incolse. Da venerato giornalista, scrittore e opinionista progressista, divenne un pericoloso revisionista, bollato col marchio del traditore. Lui non se ne diede peso e continuò a scrivere i suoi libri e i suoi articoli.

Altre criticità, al riguardo, emergono dalla lettura dell’opera dello storico valdostano Tullio Omezzoli, intitolata ‘Giustizia partigiana nell’Italia occupata 1943-1945’, pubblicata – sia reso onore al merito – dall’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Valle d’Aosta.

Va subito detto, a scanso di equivoci, che l’intento di Pansa, di Omezzoli e di quelli come loro non è quello di sostenere che i vinti avessero ragione e che i vincitori avessero torto. Questo è un altro discorso che non trova cittadinanza nel caso di specie. L’intento era, ed è, ben diverso. Sostenere che anche tra i vincitori vi fu chi commise dei crimini serve unicamente, oltre che a ristabilire la verità storica, a individuare una memoria condivisa che, dopo tanti anni, faccia sì che feste come il 25 aprile cessino di essere feste divisive e di una sola parte, ma diventino la festa di tutti. Perché il grande dono del 25 aprile è stata la pace, che è un bene di tutti.

Dal 25 aprile 1945, tre generazioni di italiani hanno vissuto e vivono senza aver conosciuto gli orrori della guerra. La pace così acquisita è, lo si ripete, patrimonio di tutti e da tutti va difesa. Il primo modo per farlo è proprio quello di avere una memoria condivisa in cui tutti possano riconoscersi. Dopo ottant’anni, il momento è venuto affinché ciò sia possibile.

Claudio Dalle

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