La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite afferma che essa “È la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro e ha impedito un vero progresso nella condizione delle donne.”
L’Art. 3 della Convenzione di Istanbul dice: “È una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.
Come si vede dagli Articoli delle Dichiarazioni e Convenzioni internazionali, il fenomeno della violenza contro le donne si presenta sotto molte forme diverse. Oltre a quella fisica, quella più facilmente riconoscibile, esistono la violenza psicologica; economica; sessuale; diverse forme di molestie; lo stalking; il mobbing, eccetera…
È violenza psicologica, per esempio, quando il partner è ossessivo nel controllo della vita, dei movimenti, dei contatti sociali, nel tempo libero e sul luogo di lavoro, della sua compagna. Spesso questi comportamenti hanno come risultato l’isolamento della vittima e la sua conseguente progressiva solitudine e fragilità. Anche quel tipo di controllo che viene raccontato come espressione di “gelosia” è una forma subdola di violenza psicologica, così come fare sentire la compagna inferiore, fallita, inadatta e sgradevole dal punto di vista estetico. Tutte queste pratiche, compreso il falso pentimento, quello che nel ciclo della violenza si chiama “luna di miele” – il momento in cui il partner violento si dimostra pentito e addolorato e chiede perdono -, costruiscono intorno alla donna una coltre di vessazioni, controllo e umiliazione che generano un malessere profondo, difficile da raccontare anche da parte della vittima stessa, così com’è difficile da riconoscere da parte dei familiari o delle persone a lei vicine che vengono gradualmente allontanate. Esistono, poi, comportamenti finalizzati a minimizzare la violenza e a colpevolizzare (“Hai finito di piangerti addosso?”, “Così mi porti all’esasperazione!”). È una violenza sistematica e costante che rende la donna psicologicamente succube del maltrattante.
Come si desume da questi pochi esempi, ce ne sarebbero molti altri, la radice della violenza contro le donne è strutturale in una società come la nostra, e non solo, che organizza i rapporti di potere in senso patriarcale. È un dato culturale profondo molto difficile da contrastare anche perché spesso è difficile da riconoscere, è una visione dei rapporti fra i generi così radicata che anche molte donne condividono l’idea che ci sia una “naturale” inferiorità delle femmine, che la disparità sia parte dell’ordine delle cose e che quindi non solo è inutile contrastarla, ma anche nocivo per la tenuta stessa della società in cui viviamo. Lo stesso discorso viene fatto da chi non accetta l’esistenza di famiglie alternative a quella “tradizionale” o non ammette che debbano avere stessi diritti persone con diversi orientamenti sessuali. Insomma, la strada per costruire una società libera da discriminazioni e violenze di genere dove si godono pari diritti e uguale libertà è ancora molto lunga. Il fatto di celebrare una Giornata internazionale è molto importante, ma non porta a risultati concreti se la celebrazione e il ricordo delle vittime – tante, troppe – non sono accompagnati da un’azione costante e profonda di revisione della nostra cultura, delle narrazioni tossiche e degli stereotipi che descrivono come “naturali” comportamenti e modi di essere.
F.S.




