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Salute e Ambiente

BLOG - Che cos'è il Chatham House report 2021? - di ELENA MARCOZ

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Per la nostra rubrica, dedicata ad accogliere diversi spunti su tematiche di interesse attuale, abbiamo chiesto ad Elena Marcoz – da sempre appassionata di nutrizione, amante degli animali e della pratica sportiva (maestra di sci) e con un master di primo livello in Alimentazione e Nutrizione Vegetariana – di aiutarci ad approfondire il tema dell’alimentazione vegana. In questo quarto articolo sono sintetizzati i contenuti di un’illustre ricerca scientifica recentemente presentata da Chatam House. Per chi volesse approfondire, Elena gestisce un blog all’indirizzo: www.elenamarcoz.com .

Perché non ascoltare la scienza? Oggi le fonti di informazione sono numerosissime e variegate, tanto che è facile incorrere in fake news o nella rappresentazione solo parziale se non errata della realtà… esiste però un modo per tutelarsi dalle false informazioni: valutare criticamente la loro fonte. Le ricerche scientifiche, pubblicate su Journal internazionali soggetti a peer review o i report di organizzazioni internazionali riconosciute come massime esperte di uno specifico settore sono ancora garanzia di informazione accurata e imparziale (utile verificare eventualmente la presenza e la qualità di sponsor che abbiano finanziato le ricerche e che potrebbero comprometterne l’imparzialità).

A supporto della dieta vegana è facile reperire fonti solide, per ognuna delle possibili motivazioni che dovrebbero spingerci verso un’alimentazione 100% vegetale.

Non mancano le pubblicazioni mediche che identificano il veganesimo come una dieta ottimale per la salute in ogni fase della vita umana (alcune pubblicazioni vedono protagoniste ricercatrici italiane come la dottoressa Luciana Baroni o la dottoressa Silvia Goggi).

Non mancano neppure evidenze del fatto che l’attuale alimentazione occidentale sia insostenibile e che la dieta vegana risulti la migliore scelta per contrastare il cambiamento climatico e tutelare l’ambiente (solo per citare qualche fonte: l’articolo del 2008 “Food-Miles and the Relative Climate Impacts of Food Choices in the United States” di Weber e Scott Matthews; il report del 2002 sulla nutrizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della FAO).  

Non mancano, poi, ovviamente, le prove del fatto che consumare prodotti animali sia eticamente molto discutibile, come evidenziano le numerose indagini condotte da organizzazioni indipendenti come Animal Equality e Essere Animali e sempre più sottoposte alla nostra attenzione dai telegiornali nazionali.

Recentemente un nuovo report è balzato agli onori della cronaca “Food system impacts on biodiversity loss”, già noto come Chatham House report del febbraio 2021. Prima di avventurarci ad esaminare gli esiti delle ricerche condotte, val la pena di spendere due parole sull’organizzazione che ha promosso le analisi. Chatham House è il nome con cui viene comunemente indicato il Royal Institute of International Affairs, un prestigioso centro studi britannico, tra i più accreditati a livello mondiale, inaugurato nel 1920 con l’obiettivo di studiare e proporre soluzioni per far fronte alle sfide di carattere internazionale.

Data la situazione pandemica, il report del febbraio 2021 è stato presentato online, con oratori di eccellenza, tra cui Jane Goodall. Senza pretesa di esaustività di seguito alcune delle conclusioni più interessanti esposte dal rapporto (disponibile gratuitamente online al link: https://www.chathamhouse.org/2021/02/food-system-impacts-biodiversity-loss ).

In tutto il mondo sta crescendo a ritmi preoccupanti la perdita di biodiversità. Le specie si stanno estinguendo oggi ad una velocità superiore rispetto a quanto sia mai avvenuto negli ultimi 10 milioni di anni.

L’industria zootecnica mondiale (ossia le nostre scelte alimentari) è il principale responsabile di questo trend. Negli ultimi 50 anni, abbiamo assistito alla conversione di sempre più ecosistemi naturali in terreni agricoli dedicati al pascolo o alla coltivazione di cereali destinati alla produzione di mangime, con evidente perdita di biodiversità.

La produzione di alimenti negli ultimi decenni ha adottato il paradigma del “costo inferiore”. L’obiettivo principale dell’industria? Produrre più cibo possibile al minor prezzo possibile. L’allevamento intensivo, fondato su queste logiche economiche, è responsabile della degradazione del suolo e degli ecosistemi. Lo sfruttamento di terreni inadatti a certe coltivazioni (vedasi l’Amazzonia) ha determinato il loro impoverimento e la desertificazione di numerose aree. Questo fenomeno abbatte la capacità produttiva richiedendo ulteriori interventi intensivi per rispondere alla crescente domanda, quali l’impiego di fertilizzanti, pesticidi, importanti quantità di acqua ed energia, l’utilizzo (insostenibile) di monocolture. Si tratta di scelte con pesanti ripercussioni… la varietà dei paesaggi e degli ecosistemi diminuisce drasticamente e vengono spazzati via gli habitat naturali di moltissimi animali e piante.

Sempre le nostre scelte alimentari risultano essere le principali responsabili del cambiamento climatico, che a sua volta costringe molte specie a dover abbandonare territori non più idonei a garantire la loro sopravvivenza. La competizione che si instaura tra specie diverse nei limitati territori rimasti disponibili e il sempre più ravvicinato contatto con l’uomo crea le condizioni ideali per lo sviluppo di nuove emergenze sanitarie.

Nonostante la situazione continui a peggiorare a ritmi troppo sostenuti, sembra che non sia ancora stato raggiunto il punto di non ritorno. Esiste ancora la possibilità di salvare il pianeta e lasciarlo godere anche alle future generazioni. Chatham House individua 3 principali corsi d’azione:

  1. Devono cambiare i patterns alla base della nostra alimentazione. È necessario adottare una dieta plant-based, di cui beneficerebbero sia il pianeta sia la nostra salute, e limitare gli sprechi alimentari, per ridurre la pressione sulla produzione di cibo.
  2. È necessario istituire delle aree protette per salvaguardare terreni da lasciare incontaminati alla natura. Evitare la conversione di foreste in terreni agricoli è fondamentale per preservare la biodiverstà del pianeta.
  3. Occorre sostituire la monocoltura con pratiche di rotazione delle colture per contrastare desertificazione e impoverimento del suolo e per limitare gli input artificiali, quali fertilizzanti.

Il 2021 potrebbe essere un importante anno di svolta: molti summit internazionali sono già in programma e tratteranno anche il tema della nutrizione. Cambiare le nostre abitudini alimentari è l’unica via per tutelare la salute pubblica e ritrovare la sostenibilità ambientale. Facciamoci un pensiero!

Elena Marcoz