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Referendum elettorale ad un passo dal game over. Ma l’esigenza di riforme rimane…

di Redazione

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Ci siamo, il momento della verità sul tema del referendum elettorale sta velocemente arrivando e con esso il prossimo Consiglio Valle. Non è necessario essere veggenti per intuire che gli auspici intorno alla proposta di legge per indire il referendum consultivo non sono affatto buoni, specie se la percezione della maggioranza fra gli eletti – giusta o sbagliata che sia – è che il tema sia stato usato come clava per fare pressione politica esterna.

E se il CRE, il comitato promotore del referendum fuori dal Consiglio Valle, è sicuramente stata un’entità trasversale ai movimenti, altrettanto non si può dire dell’azione portata avanti in solitaria all’interno del Consiglio regionale – in parte per forza di causa maggiore – monopolizzata dal PCP. Ad esser cavillosi si potrebbe persino obiettare che il costituzionalista chiamato per formulare un contro parere, il Prof. Andrea Morrone, per quanto indiscutibilmente titolato, in passato non si sia dimostrato un campione di “neutralità accademica”. Era la fine settembre 2021 quando il costituzionalista è stato pizzicato, durante una lezione universitaria, a definire in termini sprezzanti Fratelli d’Italia e la sua leader Giorgia Meloni, bollato come movimento categoricamente neofascista e estremista. Un giudizio perentorio e tutt’altro che inopinabile, che non tardò ad aprire un caso sulla stampa nazionale, alzando le proteste formali del centrodestra e finendo dritto in Parlamento. Accuse a cui il professore rispose prontamente, definendo l’audio un taglia e cuci di un discorso più ampio in cui venivano espresse critiche legittime. 

Ma in fondo il punto non è nemmeno la neutralità di un accademico, il fatto più cogente è che seppur l’ipotesi dell’indizione di un referendum elettorale abbia di fronte a sé ben poche probabilità di realizzarsi, ciò non esula il Consiglio Valle da una responsabilità politica inaggirabile: alla nostra regione serve urgentemente una riforma del sistema di governo e della legge elettorale.

Serve una riforma non perché questa sia una panacea, una pillola dei miracoli. Se i partiti continueranno ad esser ectoplasmi (volutamente?), senza strutture, senza capacità di formazione e ricambio generazionale, nessuna riforma elettorale e del sistema di governo cambierà lo stato delle cose.  La riforma elettorale però può costituire un fattore di induzione, le regole del gioco incidono sul gioco.

Ed oggi sono tante le necessità per le quali un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale – con alcuni correttivi – con tutta probabilità non può rispecchiare a pieno l’interesse e la stabilità regionale. Prima fra tutte la questione, mai risolta, della concentrazione del potere. I sistemi proporzionali, specie se inseriti in un quadro strutturalmente multipartitico, hanno l’obiettivo non dichiarato di evitare che qualcuno fra gli attori poltici assuma troppo potere. Il consociativismo – con annesso anche ciò che di deleterio ne consegue – come antidoto alle guide illuminate.

Che, in tal senso, persino un proporzionale non sia del tutto infallibile lo dimostra la storia della Valle d’Aosta delle ultime decadi, ma bisogna chiedersi ora quale concentrazione verosimilmente si può temere in un mondo in cui la politica, specie a livello locale, è svuotata di significato e potere? Invece il problema è esattamente l’opposto, dare un senso e direzione all’anarchia della realtà attuale.

Economia e finanza, un certo modo messianico di intendere la magistratura, evidenti demeriti della classe politica e la fine delle ideologie, tutti hanno contribuito a creare il vuoto pneumatico odierno. Se a questo si aggiunge il fattore dell’estrema complessità delle stratificazioni istituzionali, divenuti un complesso gioco europeo multilivello e multifonte che erode ancora più pesantemente i margini di azione e decisionali locali, non si capisce davvero quali sarebbero i poteri che un governo regionale – e in specie un Presidente – potrebbe accumulare. Ecco l’esigenza che un tempo fu, ed oggi non è più.

Il problema, semmai, è quello di dare un senso politico alla vittoria delle elezioni regionali, degli strumenti efficaci di gestione di un potere che di per sé è già residuale e – per quanto possibile – un Presidente che possa governare senza trovarsi ostaggio di micro partiti e fazioni. Un potere però identificabile per tutti, tecnici e non, informati e non. Un potere, un volto, un simbolo, carne e ossa,  uomini o donne, a cui dare un mandato e chiederne conto ogni 5 anni nel modo più trasparente possibile. Questo è il segno dei tempi con il tramonto delle ideologie, perché quello a cui assistiamo oggi sembra più una piccola lotta fra fazioni di provincia, l’una identica all’altra e senza un fine preciso.

Che la via sia un referendum o non sia un referendum., al presente Consiglio Valle spetta una grande responsabilità: dare una risposta politica all’estrema fragilità istituzionale, alla domanda legittima di stabilità. E inaugurare una nuova legge elettorale che non dà risposte a queste domande non sarebbe certo un peccato contro chi la “smena” con un referendum, ma contro la Valle d’Aosta.

Giuseppe Manuel Cipollone