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Obbligo green pass per frequentare la scuola? Nasce ‘Studenti contro il Green Pass’ e parte una lettera al Rettore dell’Univda

di Redazione

di Redazione

Solo qualche giorno fa è stata diffusa la notizia che all’Univda sarebbero arrivati dei totem agli ingressi per attuare i controlli sulla validità dei green pass degli studenti, con il Rettore Mariagrazia Monaci che, attraverso la consueta pacatezza, auspicava che ciò avvenisse nel modo più sereno possibile. Ma a solo un giorno dall’entrata in vigore dell’obbligo di esibizione del green pass in università, già viene già da pensare che questa novità, al contraio, potrebbe non essere affatto ‘pacifica’.

Già da qualche tempo, infatti, erano giunte delle segnalazioni sull’esistenza di un gruppo di studenti dell’Università della Valle d’Aosta che avrebbero costituito una sezione locale de ‘Studenti contro il green pass‘, un movimento di giovani studenti – provenienti da tutti i corsi di studio – che contestano l’uso del green pass nelle scuole e negli atenei. Oggi però si può dire che vi è stata l’ufficialità della nascita, con una lunga lettera – dai toni duri – scritta dagli ‘Studenti contro il green pass’ e spedita alla Monaci in persona. 

Una lettera in cui il movimento esprime le proprie posizioni, a tratti caustiche e di protesta, a tutto tondo. Una missiva che a fronte della sua notevole lunghezza, una volta ricevuta in redazione, per dovere di cronaca pubblichiamo in versione sostanzialmente integrale per non alterarne – anche solo in via eventuale – il senso.

Di seguito il testo della lettera di cui sopra:

 

Aosta, 2 settembre 2021

 

All’attenzione della Magnifica Rettrice,

All’attenzione di tutti gli Organi Collegiali,

 

Vi scriviamo in rappresentanza di un gruppo di studenti venutosi ad organizzare in seguito all’infausta estensione del Green Pass anche per studenti universitari, Docenti e Personale Ata.

Considerato che lo strumento della certificazione verde, come applicato nel suddetto decreto legge, risulta in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discussa a Nizza il 7 dicembre 2000, la quale dichiara all’art. 1 che “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”, e all’art. 3 che “Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge”, e che diventa vincolante per gli stati membri dell’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, del dicembre 2009, e considerato anche che gli articoli sopracitati fanno eco all’art. 5 alla Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, approvata dal Consiglio d’Europa il 4/4/1997 ad Oviedo, il quale sancisce il principio del consenso personale libero e informato ai trattamenti sanitari, vi chiediamo, a questo punto, come può il consenso essere libero se è dettato da un forte ricatto politico e da una marcata pressione sociale?

Desideriamo citare il Reg. (UE) 2021/953 del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce, al considerando 36, che “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate. […] Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.”

Pertanto, ci appare quanto mai curioso che tale certificato, non utilizzabile secondo il sopracitato Regolamento per discriminare le persone nei servizi di trasporto transfrontalieri, possa diventare invece una condizione necessaria per accedere a servizi (come le Università, nel nostro caso, ma anche scuole, esercizi commerciali, ecc…) interni al nostro Paese, mostrandosi così ai nostri occhi di studenti universitari come un ricatto e un malcelato obbligo indiretto alla vaccinazione, contrastando con l’art. 32 della Costituzione Italiana.

Il principio di prevalenza delle norme europee su quelle nazionali, ricordato nell’art. 9 del DL 52/2021, il quale introduce il “Green Pass” e prevede espressamente l’applicabilità delle norme italiane solo se compatibili con il Regolamento UE 953/2021, suggerisce un maggior peso della risoluzione n. 2361 del Consiglio d’Europa datata 27/01/2021, la quale rende noto che: “L’assemblea invita gli stati membri e l’Unione Europea ad assicurare “che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può essere sottoposto ad una pressione politica, sociale o di altro genere affinché si vaccini se non desidera di farlo; che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato a causa di possibili pericoli per la salute o perché non vuole farsi vaccinare.

Rammentiamo altresì che la discriminazione è vietata dall’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dall’art. 14 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), dall’art. 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dall’art. 3 della Costituzione Italiana.

Perciò, chiunque impedisca l’ingresso in una struttura aperta al pubblico o pubblica a chi non sia provvisto del “Green Pass” sta commettendo il reato di violenza privata (art. 610 c.p.): “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni”.

Oltre alla questione prettamente giuridica, intendiamo sollevarne anche una medico-scientifica, in funzione della quale molte persone scelgono di non sottoporsi alla vaccinazione Sars-Cov-2-19.

È evidente che il mondo scientifico, medici in primis, non è concorde e coeso sull’effettiva efficacia del farmaco, ma soprattutto sul rapporto rischi-benefici dello stesso, sul quale attualmente non vi sono sufficienti studi e/o sperimentazioni.

Per quanto riguarda gli effetti a medio-lungo termine causati dalla vaccinazione, come riportato al punto 10 della nota informativa riguardo il consenso informato (vedi circolare della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute del 24 dicembre 2020, prot. 0042164), “Non è possibile al momento prevedere danni a lunga distanza”. Inoltre, nell’Allegato I della summenzionata circolare ministeriale, si afferma che “Non sono stati condotti studi di genotossicità o sul potenziale cancerogeno.” 

Inoltre teniamo a precisare che una persona vaccinata non è automaticamente immunizzata: per accertare l’effettiva immunizzazione, infatti, è necessario effettuare sul soggetto vaccinato un test anticorpale per verificare l’avvenuta produzione di anticorpi neutralizzanti da parte del sistema immunitario, quindi l’accesso alle persone vaccinate mediante l’esibizione del Green Pass, senza aver verificato l’effettiva immunizzazione, potrebbe innescare comunque focolai, come già successo (esemplificativi sono i casi, riportati dalla stampa, delle navi militari, con personale vaccinato, HMS Queen Elizabeth e Amerigo Vespucci). 

Inoltre, recenti studi dimostrano che la protezione rispetto all’infezione da Sars-Cov-2 e sue varianti decade nel tempo, come riportato nell’articolo “Elapsed time since BNT162b2 vaccine and risk of  SARSCoV-2 infection in a large cohort” di Israel et al., evidenza sperimentale confermata dalla  situazione epidemiologico-sanitaria di paesi stranieri come Regno Unito e Israele che, malgrado l’ampia copertura raggiunta dalla loro campagna vaccinale, stanno osservando un aumento di casi fra persone vaccinate, avvalorando la tesi espressa pubblicamente dal Premio Nobel per la Medicina, Luc Montagnier. 

Alla luce delle considerazioni scientifiche poc’anzi svolte, corre l’obbligo, ancora una volta, di svolgere alcune osservazioni dal punto di vista giuridico. 

In particolare ci si riferisce alla sentenza della Corte Costituzionale n. 258/1994 la quale, stabilendo i presupposti imprescindibili affinché una legge impositiva di un trattamento sanitario sia compatibile con l’art. 32 della Costituzione, di fatto ne sancisce anche i limiti per l’incompatibilità della stessa. Dalla lettura della sentenza citata emerge con chiarezza che affinché un trattamento sanitario possa essere reso obbligatorio devono sussistere 3 condizioni ovvero: che il vaccino migliori  la salute dell’inoculato ma anche e soprattutto quella degli altri; che sia previsto che non influisca negativamente sulla salute dell’inoculato salvo per effetti di scarsa entità e comunque temporanei; che sia prevista una equa indennità nel caso di conseguenze e danni per il soggetto inoculato così come previsto dalla L. 210/92.

Sulla obbligatorietà celata (stante la natura ricattatoria) del trattamento sanitario in questione a noi pare che non vi siano dubbi. 

Così come appare di tutta evidenza che la normativa relativa ai vaccini in oggetto (nonché quella relativa alla sua esplicazione ricattatoria relativa al Green Pass), non rispetti i principi espressi dalla Corte Costituzionale sopra elencati. 

Alla luce di quanto esposto sopra, riteniamo, in base anche ai suddetti dettami costituzionali, che nessun obbligo vaccinale con detti farmaci possa essere imposto, né direttamente né indirettamente.  

In questo contesto trovano anche spazio tutte quelle incongruenze che non rendono conto delle specificità di salute individuale e che paiono essere in contraddizione, in ambito accademico, con i principi di tutela e garanzia del Diritto allo Studio (Art.1, Comma 181, punto f, Legge 107/2015).

Il rilascio della certificazione verde non è infatti in grado di prevedere casistiche adeguate relativamente a temi così intimamente legati alle condizioni specifiche della persona, due su tutte: la storia di salute individuale e la risposta specifica del sistema immunitario di ciascun individuo. 

Noi di Studenti contro il Green Pass ci teniamo a ribadire in primo luogo che ci poniamo contro ogni discriminazione verso gli studenti per qualsivoglia motivo che sia di razza, religione, convinzioni politiche, sesso e tantomeno per le terapie farmacologiche ai quali i singoli decidono o meno di sottoporsi.

Discriminare l’accesso agli ambienti dell’Università in base al possesso o meno di un Pass è una inaudita divisione degli studenti in studenti di Serie A e studenti di Serie B. Ai primi è concesso, in un regime di libertà condizionata, di partecipare alle lezioni, di sostenere gli esami, di prendere parte ai tirocini obbligatori e di accedere ai vari servizi dell’Università, mentre ai secondi no, a parità di tasse pagate.

Questo è un palese, incomprensibile, insensato, volontario atto di scoraggiamento verso lo studio, il perseguimento degli obiettivi accademici e la partecipazione alla vita universitaria. Il pensiero che questa e altre misure impediscano a qualunque studente che voglia partecipare a una lezione o a un esame di entrare in aula dovrebbe far rabbrividire chiunque.

L’ottenimento del Green Pass è esso stesso carico di una varietà di conseguenze negative e inammissibili. Il Pass è infatti rilasciato:

  • A certificata guarigione da COVID-19, il che esclude gli studenti guariti che non hanno tuttavia mai ricevuto una diagnosi, spronandoli a tutti gli effetti a effettuare una terapia superflua per vedersi concesso il proprio diritto allo studio;
  • All’ottenimento di un tampone negativo, costringendo così gli studenti a subire virtualmente ogni giorno un test diagnostico invasivo e costoso. Questa metodologia è particolarmente maligna, poiché non tiene conto dello status socio-economico di provenienza e della libera scelta del singolo di non sottoporsi a un dato trattamento sanitario;
  • Dopo l’avvenuta prima dose di un qualsivoglia vaccino COVID-19, approvato in via condizionata da EMA con validità fino al 21/12/2021, che è ovviamente il modo in cui la maggior parte delle persone otterrebbe il Pass.

Certamente palese è il carattere ricattatorio di questa misura. L’unica volontà è quella di vaccinare il più possibile senza nessun riguardo per le scelte personali, attraverso quello che per ora si pone come un obbligo indiretto.

Che le istituzioni universitarie, avallando e attuando le disposizioni del governo, collaborino con questo ricatto è per noi inaccettabile, inammissibile, inconcepibile.

La possibilità che l’Università offre agli studenti non muniti di Green Pass di proseguire (in alcuni casi non completamente) la propria carriera accademica, tramite una serie di misure come ad esempio la DAD, è per noi insufficiente e, a dirla tutta, umiliante.

Riterremo le nostre ragioni ascoltate unicamente quando nella nostra Università gli studenti saranno, non solo trattati allo stesso modo, ma anche non intralciati nel loro diritto di studiare e formarsi.

Questa misura ha altre spiacevoli conseguenze, tra le quali quella di minare il rapporto di convivialità fra gli studenti stessi. Alcuni studenti evidentemente meno sensibili o più fiduciosi nelle istituzioni, sentendosi forti e spalleggiati dalle stesse, hanno già cominciato a schernire e sminuire gli studenti che anche solo criticano queste misure, attribuendo loro categorie che non andremo a ripetere. Non possiamo escludere che in futuro questi episodi, per ora isolati, non vadano ad aumentare in numero ed intensità, fino a sfociare nella violenza.

Siamo costretti a ritenere che ogni atto di discriminazione verso uno studente che avvenga a causa di questa e altre misure, in assenza di dirette comunicazioni che condannino simili atti e le misure stesse, sia avallato dalle istituzioni universitarie.

Il risvolto sociale sulla salute mentale dei nostri colleghi è palese ed evidente: ci giungono testimonianze dirette di studenti che si sentono (e sono) a tutti gli effetti braccati e discriminati, non solo a causa delle problematiche dinamiche sociali, ma ANCHE dalle istituzioni Universitarie stesse, le quali sono arrivate ad impedire loro di completare il percorso di studi se prima essi non si fossero sottoposti a determinate ed arbitrarie terapie farmacologiche, negando loro qualunque principio di libera scelta e di auto-determinazione.

Numerose le testimonianze dirette di ragazzi i quali, nonostante siano desiderosi di cominciare la loro carriera Universitaria nella nostra Università, devono vivere nell’incertezza di regole sempre più stringenti, che li trattano come untori e pericoli pubblici per l’unico crimine di aver fatto una scelta in tema di salute diversa dalla maggioranza dei loro concittadini, scelta che è tutelata a norma di legge e fondata dal punto di vista scientifico. State scoraggiando un’intera generazione dal formarsi.

Se riconosciamo nell’Università un ruolo che sia ancora da stimolo migliorativo di carattere culturale e sociale per la realtà in cui è inserita – e non di mera riproduzione tecnica dei saperi o valorizzazione economica degli stessi – ci chiediamo: dov’è il legittimo dibattito democratico e realmente scientifico concernente la strada da percorrere per tutelare la propria comunità, interamente, senza frammentazioni ulteriori, nel momento in cui le misure che vengono attuate non sono di per sé strumenti sanitari, quanto piuttosto di sostanza politica?

Sul piano della democrazia non possiamo che rilevare come si stia intraprendendo, a livello sia nazionale che accademico, una china pericolosa, ove il principio di autorevolezza viene costantemente sostituito dal principio di autorità, in veste di un volgare “ipse dixit” contro cui il metodo del nostro Galileo Galilei fu concepito. Se dall’alto le decisioni più stringenti vengono prese tramite Decretazione di Emergenza, senza previa discussione parlamentare, all’interno dell’Università la discussione viene sterilizzata sospendendo la possibilità di fruire degli spazi di ateneo per confrontarsi in assemblee, relegando quindi la discussione solo al livello istituzionale rappresentativo senza la garanzia di un confronto plurale con i “beneficiari” di tali prescrizioni.

Tale principio di autorità si scontra poi anche con quello che dovrebbe essere il rigore scientifico e giuridico nell’adottare misure che vogliono avere uno scopo sanitario.

L’onere della prova, risalente al diritto romano – fondamentale in diritto processuale e di conseguenza di vitale importanza in uno stato di diritto – sconfina dalla giurisprudenza, ed è intuitivamente valido in diversi casi: è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza dell’imputato; è il venditore che deve convincere dell’affare l’acquirente; e nel nostro caso, è chi propone una legge che deve provarne con rigore l’efficacia supposta (e questo prima della sua applicazione) e non chi la subisce a dover dimostrare la sua inefficacia.

Assistiamo ormai da quasi due anni all’adozione di misure che hanno ribaltato questo principio: non si è certi della loro efficacia, non si è certi di cosa comporteranno collateralmente, ma si applicano lo stesso nella speranza che siano risolutive. Il Green Pass è l’ultima di tali misure ed anche questa volta non vi è alcuna evidenza che possa portare ad un miglioramento della situazione, se non forse ad un suo peggioramento. Dovessimo anche trovarci – per ragioni che vanno chiarite – in presenza di un’inversione dell’onere della prova e quindi spettasse ai “convenuti” dover fornire la prova contraria, una analisi costi-benefici sarebbe un dovuto esercizio minimo di buon senso e democrazia, ma questa non sembra essere la strada intrapresa da chi avrebbe il potere e il dovere di farlo.

Se applicaste questa misura illecita e inefficace, quale sarebbe il prezzo da pagare in termini di esclusione sociale? Quante e quali persone scegliereste di lasciare indietro? In quale misura collaborereste a una frammentazione e a un disgregamento di comunità?

Pertanto, alla luce di quanto sopra esposto, ci aspettiamo da Voi una ferma opposizione a tale scellerata e iniqua misura: ci aspettiamo di poter accedere a tutti i luoghi universitari, ci aspettiamo di poter partecipare in presenza alle lezioni, ci aspettiamo di poter sostenere esami in presenza, ci aspettiamo di essere considerati e trattati come qualsiasi altro studente pagante, senza limitazioni, restrizioni e discriminazioni di ogni sorta.

Vi comunichiamo che, in ogni caso, siamo fermamente intenzionati a esercitare e difendere i nostri diritti naturali e costituzionali e a tutelarli con la determinazione e il coraggio che ci saremmo aspettati da parte di quelle istituzioni scolastiche che dovrebbero farsi garanti dei diritti di docenti e studenti.

Confidando nella Vostra comprensione e sensibilità,

Gli Studenti dell’Università della Valle d’Aosta Contro il Green Pass