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Salute e Ambiente

Come la Valle potrebbe prepararsi all’uscita dal Coronavirus

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Poniamo che abbia ragione la Germania, con le azioni di contenimento basate sulla sorveglianza attiva e i tamponi, così come la Francia, il cui Consiglio scientifico ha detto ieri, 24 marzo, che occorre aumentare il numero di test giornalieri per identificare i positivi, sintomatici o asintomatici, per la fase di ripresa e riduzione delle misure di confinamento, a partire da fine aprile.

Poniamo che sia corretto l’approccio del Veneto e che prevalga anche presso i vertici nazionali italiani, come sembra che stia avvenendo, la necessità di aumentare i test sul personale sanitario e sui contatti a rischio, poniamo che le strategie della Corea e della Cina siano corrette, e che sbaglino Trump e Boris Johnson.

Allora proviamo a fare gli stessi calcoli per la Valle d’Aosta: ci sono i riferimenti tecnico-scientifici accessibili a tutti – cioè sono fonti “aperte” a partire dal rapporto dell’OMS sulla Cina del 28 febbraio, ma anche su Lancet, sui dati dell’Istituto superiore di Sanità. Non provare a rifletterci, con calma e prudenza, sarebbe venir meno a un dovere di analisi e verità. E’ anche utile parlarne, se posto sul piano razionale, a tutti, perché aiuta a riflettere collettivamente e pacatamente sul da farsi, sulle priorità.

Guardiamo i dati disponibili. In Valle d’Aosta è difficile fare i tamponi, oggi: sono riservati ai pazienti sintomatici e specialmente a quelli più gravi; mancano gli estrattori e scarseggiano i reagenti, come ha spiegato l’AUSL ancora ieri e oggi, 25 marzo. Abbiamo ancora circa 200 tamponi in attesa, se ne esitano una media di 75 al giorno, in calo. Il dato dei positivi in Valle d’Aosta, a oggi 401, fa dunque empiricamente ritenere che ve ne siano di più. Lo ha confermato ad Ansa Valle d’Aosta, sempre il 24 marzo, anche il dott. Alberto Catania, responsabile della Struttura Semplice Malattie Infettive.

L’unico dato al momento certo (a meno che non ci siano casi che sfuggono alla contabilità, come è avvenuto nel bergamasco), è il numero dei decessi, e sarà fondamentale, anche in futuro, sapere se sono positivi. Da questo dato possiamo provare a stimare i positivi complessivi, rispetto ai circa 400 finora accertati.

In Valle d’Aosta, i numeri sono piccoli per fare delle statistiche affidabili, e quindi possiamo apprezzarli solo per avere degli ordini di grandezza. Messe avanti le mani con queste dichiarazioni di prudenza - invitando anche il lettore alla massima saggezza e temperanza - possiamo dire, tenendo conto delle differenze di età media della popolazione, con un tasso di mortalità intorno al 2,5-3%, che attualmente in Valle d’Aosta potrebbero esserci almeno da 600 a 800 positivi (sintomatici ed eventualmente asintomatici) rispetto ai 400 censiti. Potrebbero avvicinarsi al migliaio: appunto, potrebbero essere di più, difficilmente meno. È un dato che potrebbe essere confortato o smentito dall’ASL, in futuro, ma con molte probabilità hanno una base di calcolo di questo o di altro genere. È poi un ragionamento che entrerà progressivamente nel dibattito valdostano dei prossimi giorni e settimane, con relative azioni e strategie, come già avviene sul piano nazionale e in quello degli altri Paesi europei.

Con le proiezioni sulla curva epidemica (che forse è prudente), anche queste pensate come ordini di grandezza e fondate sul buon funzionamento dell’isolamento (che sembra empiricamente più solido in Valle che nel resto d’Italia), ci potrebbero essere in una fase prossima alla sua conclusione da 3000 a 3600 contagi. Potrebbero essere 4000: anche in questo caso, potrebbero essere di più, difficilmente meno. È un esercizio difficile, sono numeri contabili futuri, grandezze che dipendono dai comportamenti delle persone (“io resto a casa”), da casi specifici come lo sviluppo di focolai, dalla maggiore o minore incidenza su alcune fasce di età (per esempio gli effetti sulle microcomunità, sulle quale la Valle si ora è attrezzata sotto il profilo organizzativo e di assistenza).

In ogni caso, saranno un ordine di grandezza più elevato rispetto a quello attuale. Questo significa che per metà o fine aprile, se faremo anche in Italia e/o in Valle d’Aosta sorveglianza attiva come in Germania attualmente e come intende fare la Francia in poche settimane, dovremmo avere una capacità di test certamente più significativa.

A occhio, da osservatori esterni, ci vorrebbe oggi una capacità di 250-350 test giornalieri rispetto ai 90 medi degli ultimi quattro giorni: cioè, recuperando il ritardo, bisognerà arrivare a fine aprile a una capacità di 400-450 test giornalieri, a essere parsimoniosi. Parliamo quindi forse di 5 estrattori, distribuiti in tre o quattro laboratori con più staff di tecnici, di reagenti e DPI a sufficienza, da attivare in una o due settimane.

Forse ce ne vogliono di più o di meno, ma questo è quanto si può dire sulle informazioni che abbiamo e sulle fonti aperte, e spetterà alle autorità valutare il numero appropriato. Nei mesi a venire, questa capacità di testing dovrebbe ancora aumentare e sarà fondamentale per permettere la progressiva riapertura delle attività e una ripresa accettabile dell’economia. Infine, anche senza stare a fissarsi sui numeri, ci si aspetta in ogni caso una maggiore e più solida capacità di testing in Valle d’Aosta.

Non è impossibile: ai primi di aprile dovrebbe arrivare un estrattore da 50, il sistema produttivo e distributivo – anche europeo - inizia a coprire le carenze di offerta. Forse si possono riconvertire e impegnare altri laboratori e tecnici di laboratorio presenti in Valle – forse all’IRV che faceva analisi infettivologiche in giornata, forse nei laboratori regionali anche dei progetti europei come quello Life sul lupo di La Salle - che ancora non sono stati mobilitati.

Questo ragionamento, per quanto astratto, trova conforto dalle notizie che vengono dall’ASL. Progressivamente si notano segnali di rafforzamento dell’organizzazione, un tentativo di anticipare e non di inseguire il fenomeno epidemico. Ne sono testimonianza l’ospedale da campo, la gestione dei decessi, la strutturazione per l’assistenza sul territorio, con un documento di lavoro articolato e chiaro, di cui è stata data notizia il 24 marzo.

Il coordinatore dell’emergenza sanitaria, Luca Montagnani, nello stesso giorno ha annunciato infatti che viene introdotto anche “un metodo di diagnostica non sierologica e un altro che si basa sulle immunoglobuline”, quest’ultimo utile per capire se la persona ha già sviluppato degli anticorpi. Sono metodi alternativi, di supporto alla sorveglianza attiva, in questa fase difficile. È una testimonianza che si lavora, che c’è un progressivo cambio di orientamento, e che il problema viene passo a passo preso in carico dal sistema regionale e dalla comunità.

Enrico Martial