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Cultura e Spettacoli

Quando il Femminismo Militante cerca di appropriarsi degli Spazi Pubblici, la Politica deve intervenire

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Il messaggio è chiaro: se la Cittadella dei giovani di Aosta esce dai “binari” tematici (termine non scelto a caso al giorno d’oggi in cui divampa la teoria dell’identità “non binary”), che, ai sensi della Legge regionale 12/2013, delineano chiaramente gli obiettivi delle sue attività consentite, la Regione VdA è tenuta a darne spiegazioni e, secondariamente, adoperarsi all’adozione di opportuni strumenti di controllo affinché questo non ricapiti più.

È esattamente ciò che è successo in Consiglio regionale, lo scorso 27 maggio, attraverso la presentazione di un’interpellanza da parte dei Consiglieri del Gruppo “Lega Vallée d'Aoste”, Andrea Manfrin e Raffaella Foudraz, dopo aver appreso che nel novembre del 2020 si è tenuto presso la Cittadella dei giovani di Aosta il “Festival delle ragazze”, organizzato dall’associazione Dora donne in Valle d’Aosta, in collaborazione con Arcigay Valle d’Aosta Queer VdA e con il gruppo di lettura “Leggiamo insieme”.

Trattasi nella fattispecie di un evento tripartito, sotto forma di videoconferenze dal titolo: “Letture di storia trans”, “Perché il femminismo serve alle donne e anche agli uomini” dirette da Giulia Blasi, autrice del libro “Rivoluzione Z. Diventare adulti migliori con il femminismo”.

La locandina fatta circolare ha descritto nel merito la manifestazione come un vero e proprio dialogo tra le ragazze e le donne partecipanti “sul femminismo come strumento per leggere il presente e costruire un futuro più equo per tutti e tutte, senza violenze e discriminazioni”.

In sostanza, quindi, da quella che doveva essere un’iniziativa promossa in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, finanziata dal CSV e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, volta, inoltre, a mostrare il ruolo delle donne valdostane attive nel campo del teatro, del cinema e delle arti visive, l’evento si è trasformato in quella che parrebbe una tipica manifestazione dettata dal femminismo militante, in cui si viene catapultati, senza apparenti nessi logici, nel progetto nominato “Generi in movimento”, focalizzato sulle relazioni tra i generi ed una spiccata rivendicazione dei diritti dei trans.

Ebbene sì, inquadrare le problematiche di genere della contemporaneità è diventato uno dei capisaldi del neofemminismo odierno, come se, inevitabilmente, tutto il nodo di problemi che va risolto nella società attuale incorpori in sé sessualità, famiglia, omosessualità, femminismo, identità maschile e identità femminile.

Ma è davvero impossibile oggi aprire un dibattito sulla violenza contro le donne, che non porti alle estremizzazioni o alle colpevolizzazioni di genere tipiche dell’approccio dominante, ma che non di meno riconosca che il problema esiste?

Da quando non ha più diritti reali da rivendicare, il femminismo è cambiato, diventando oggi un’ideologia rancorosa e fanatizzata che ci invita ad abbandonare per sempre quell’immagine passata di lotta operaia, rivoluzionaria e riformista, contro il Marxismo, la Socialdemocrazia, attiva in campagne per il riconoscimento dei diritti civili delle donne.

Oggi non vi è più alcuna base rivendicativa con senso reale per cui combattere e allora, dalla fucina sinistra il neofemminismo si inventa battaglie per obiettivi assurdi quali la lotta contro il sessismo dell’aria condizionata: un’esigenza descritta come esclusivamente androgina che le donne sono costrette a sopportare benché notoriamente più freddolose degli uomini; l’abitudine consolidata degli studiosi di battezzare gli uragani più catastrofici con i nomi femminili; il “manspreading”: la consuetudine cioè tutta maschile di sedersi a gambe divaricate sui mezzi pubblici invadendo lo spazio altrui; il “cisgenderismo” inteso come piena accettazione del maschio del proprio essere maschio e, new entry, il Cat Calling, su cui non mi dilungo ulteriormente, essendosi già espressa ampiamente sul tema la compagine di influencer e non.

Il neofemminismo, così sorto, si presenta come una sorta di paranoia, pronta a sezionare il linguaggio corrente della lingua italiana per trovarvi tracce di discriminazioni sessiste infondate o addirittura pulsioni omicide e criminali.

Basti pensare a tal proposito al caso “Matria”, neologismo proposto e coniato sull’Espresso da Michela Murgia, eletta paladina del neofemminismo odierno, in sostituzione alla parola Patria.

Che poi suoni male dire per esempio “Ministra”, a questo punto, è davvero un dettaglio ininfluente rispetto alle incredibili accuse che si vogliono imputare all’Accademia della Crusca.

Incapace di sostenere dibattiti, adducendo come scusante l’ipersensibilità, la corrente femminista odierna è completamente assorbita dalla convinzione della propria “minoranza”, il cui termine di paragone non si è capito ancora se è “tutto” o “niente”, certa che il mondo intero debba farsi carico delle sue sofferenze, vere o presunte, modificando il proprio linguaggio e le proprie abitudini pur di non offenderla.

Il femminismo di oggi trasuda poi odio nei confronti del maschio, non il maschio offensivo, violento, criminale, ma il maschio tout court (si pensi ad alcuni testi agghiaccianti del femminismo americano che definiscono l’uomo come “naturaliter” stupratore).

Tuttavia, questa critica al neofemminismo, da sola, sembra priva di sbocchi.

Sembra, anzi, mostrare sempre più i suoi limiti, soprattutto in quel mondo della politica e della cultura di destra, che nell’antifemminismo di maniera trova la sua prima e ultima parola sull’argomento, con toni che peraltro si fanno più truci e con visuali sempre più retrograde del tipo “la donna deve stare al suo posto”.

Fare sarcasmo sulle deliranti proposte di qualche collettivo universitario femminista americano non può più bastare.

La chiave di risoluzione in tal senso andrebbe letta più in un’ottica propositiva, anziché solo critica.

Pertanto, alle odierne ideologie femministe non si dovrebbe rispondere rispolverando categorie ovvie e naturali, ma accettando la sfida e ripensando ruoli, funzioni e rapporti.

Come scrive Adriano Scianca nel suo libro “Contro l’eroticamente corretto”: “Uomo e Donna, intesi come concetti sociali, non sono «dati», ma vanno costruiti: non esiste una «donna» fissa, eterna, che il femminismo vorrebbe pervertire e a cui bisogna tornare; non esiste un «uomo» altrettanto immobile messo a repentaglio dalla «nuova mascolinità». Per quanto (talvolta legittimamente) i modelli familiari e sessuali dei nostri nonni possano apparirci preferibili a quelli oggi di moda, resta il fatto che essi non torneranno. Esistono certamente delle costanti antropologiche e biologiche che definiscono la base dell’identità maschile e femminile, ma su questo fondale lavorano da sempre categorie culturali e modelli sociali.”.

Le fasi di accelerazione e modernizzazione ci stanno inesorabilmente attraversando e alle pretese sempre più strampalate del femminismo militante, non si dovrebbe rispondere facendo finta che il femminismo non sia mai esistito o che non abbia mai raccolto delle istanze legittime.

Il Femminismo di buon senso, che non vuole umiliare l’uomo, è esistito eccome: Teresa Labriola (1874-1941) figlia ribelle del noto marxista Antonio, laureata in giurisprudenza, fu tra le prime donne iscritte all’albo degli avvocati, si avvicinò al movimento emancipazionista, divenne responsabile della Sezione giuridica del Consiglio nazionale delle donne italiane e partecipò alla campagna per il voto alle donne del 1906-13.

Intervenne in vari convegni femminili raccogliendo alcuni dei suoi saggi e interventi nella raccolta “La questione femminile” del 1910, in cui scrisse: “l’età muta della donna è finita. Facciamo che la donna cominci ad essere eloquente parlando della patria” (hai capito Miché? Patria!).

In ultimo, concedetemi di citare lei, Valentine de Saint-Point che, col suo Manifesto della donna futurista, azzittirebbe il neofemmisnismo odierno esattamente così: “l’Umanità è mediocre. La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo.”.

Alessandra Tripodi