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Scuola e Formazione

Caso Cervinia, colpevolizzazione della vittima ed Hate Speech, ce ne parla CAROLINA ZIMARA

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In breve, i fatti, per chi non li conoscesse (credo poch*), così come li ho letti sui media: una donna ha denunciato un uomo per lesioni personali. Ciò è accaduto a Cervinia, una sera di fine novembre, il 26 per la precisione (la mia mente non può ignorare il collegamento: un giorno dopo la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, ironia della sorte). L'uomo in questione è una persona conosciuta sia nel suo paese (Valtournenche) sia nella regione tutta. A distanza di qualche settimana dall'evento, lei ha postato su sui social personali le foto di parti del suo corpo che riportavano gli (evidenti) segni della violenza, insieme ad un lungo testo che è stato poi riportato integralmente sui giornali.

Analizzando come è stato trattato l'accaduto dai media (la maggior parte, non tutti) e soprattutto osservando i commenti che sono scaturiti sotto gli articoli e sotto alle foto pubblicate dalla donna (ora rimosse), mi sento di fare alcune considerazioni, almeno due.

Innanzitutto, mi pare di assistere al fenomeno che viene chiamato di colpevolizzazione della vittima (victim blaming, in english): ovvero ritenere la vittima in qualche modo responsabile di ciò che le è accaduto, dinamica che avviene di frequente nei casi di violenza sulle donne. Mettere in discussione prima di tutto l'operato della vittima, dunque, prima ancora di mettere in discussione l'operato del presunto colpevole.

Per capirci, il victim blaming può avvenire in diversi modi: quello più evidente e riconoscibile è commentare apertamente il comportamento della vittima, giudicato, per un motivo o per un altro, immorale. Mai sentito frasi come "se l'è cercata", "ma è una facile", "ma indossava vestiti provocanti"? Ecco, queste espressioni sono esattamente ciò che s'intende per colpevolizzazione della vittima.

Ma non mi pare sia propriamente questo il caso. In questa storia, avviene una vittimizzazione secondaria, sì, ma in un modo un poco più sottile, ovvero spostando quasi totalmente il discorso su colui che avrebbe commesso violenza, in due modi: elogiandolo, sottolineando ripetutamente la sua posizione di integrità morale all'interno della comunità e, ancora, virando tutta l'attenzione sulla ricerca delle motivazioni per cui quest'uomo sarebbe stato spinto a commettere tali gesti.

Come a dire, la donna deve aver necessariamente fatto qualcosa per provocarlo, altrimenti nulla sarebbe accaduto: "ci deve essere stato un problema grosso"; "la donna deve avergli fatto pressione per portarlo a questo pestaggio"; "ho sentito dire che lei rubava…"; "che cosa avrà fatto per scatenare tanta violenza?".

Ecco, no. Insinuare il dubbio che si stia leggendo la realtà se non in modo errato perlomeno distorto, porta ad una gravissima conseguenza: che una violenza fisica (e/o uno stupro/delle molestie, allargando il campo), sia una normale "reazione maschile" ad alcuni "comportamenti femminili". In più, implicitamente, si minimizza il reato di violenza quando questo è commesso da un uomo nei confronti di una donna. Vi risulta che si faccia il terzo grado in modo così sistematico e ripetuto alle vittime se si tratta di altri tipi di reato?     

GIULIA (GIORNALISTE UNITE LIBERE E AUTONOME) ci viene in aiuto spiegando, nel MANIFESTO PER IL RISPETTO E LA PARITà DI GENERE NELL'INFORMAZIONE, che sarebbe opportuno  raccontare i fatti dal punto di vista di chi subisce violenza, nel rispetto della sua persona, e non dal punto di vista del colpevole o presunto tale. Il manifesto dice anche tante altre cose utili, per esempio che forse è meglio non chiamare la vittima vittima (a meno che lei stessa non si voglia definire così) ma sopravvissuta. Dateci un’occhiata.

Considerazione numero due: mi pare ci sia poi una buona dose, in questa vicenda, di quello che si chiama hate speech o incitamento all'odio (l'uso violento del linguaggio nei confronti di una persona, agito soprattutto online) e c'è per entrambi i soggetti coinvolti. Sia verso il presunto colpevole, sia nei confronti della vittima, si trovano raramente commenti che si possano definire anche solo civili.

Ecco, no. Il virtuale è reale. Lo sappiamo? Ce lo ricordiamo? Per quanto si voglia esprimere dissenso nei confronti del comportamento di qualcun*, riempirl* di epiteti a dir poco ingiuriosi non è mai la scelta migliore (ed è pure reato, in alcuni casi).

Anche qui, gli strumenti che possono aiutarci ci sono: su Parole o_Stili c'è un altro MANIFESTO, sì, questa volta sulla COMUNICAZIONE NON OSTILE (intesa comunicazione online, principalmente), che ci ricorda, per esempio, che gli insulti non sono mai argomenti, nemmeno a favore della propria tesi; che le parole hanno conseguenze, piccole o grandi che siano; che, infine, si è ciò che si comunica ovvero le parole che scegliamo raccontano la persona che siamo: davvero siamo sicur* che vogliamo essere identificat* perché abbiamo dato del coglione a qualcuno o perché abbiamo dato della troia a qualcun'altra?

Ecco, forse, no.

Carolina Zimara