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Politica e Istituzioni

Affaire casinò: se una sentenza rischia di diventare un sanguinoso scontro istituzionale

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L'Affaire che ruota intorno alla sentenza alla Corte dei Conti sul finanziamento illecito al Casinò della Vallée rischia davvero di diventare un episodio poco trasparente pronto a terremotare nuovamente le stanze della politica locale. 

Il punto sul quale si sta creando un caso sulla bocca di tutti gli "addetti ai lavori", infatti, non è tanto la sentenza in sé - passata in giudicato presso la Corte dei Conti in via defintiva - quanto piuttosto sull'esecutività della stessa, sulla quale vi sarebbero stati dei qui pro quo di difficile districazione. Se poi si aggiunge che spesso le normative di procedura in questo Paese sono tanto cervellotiche da non permettere di capirci nulla davvero, forse nemmeno ai guiristi, ecco che la frittata è pronta per essere servita.

Ad oggi la situazione dovrebbe essere la seguente: dopo la sentenza che condannava 18 - fra consiglieri in carica ed ex - al risarcimento di 16 milioni di euro complessivi alla Regione Valle d'Aosta per aver finanziato con modalità indebite il Casinò, è iniziata la procedura di riscossione delle pendenze. Questa si sarebbe dovuta concludere entro 30 giorni dall'avvio della stessa, ovvero il tempo concordato dalla sentenza ai soggetti condannati per saldare il debito nei confronti dell'Amministrazione. Il tempo è passato e molti, attraverso il supporto delle assicurazioni, hanno saldato il dovuto, per intero o quasi. Molti, ma non tutti.

E allora si dirà: perché non è scattata la procedura di sospensione, almeno per chi è ancora in debito verso la PA, come si attendeva? Il colpo di scena qui - per i profani alle magie del sistema giudiziario più incerto e caotico dell'emisfero occidentale -  ce lo ha spiegato La Stampa: nel mentre infatti i legali delle parti soccombenti nella sentenza della Corte dei Conti hanno fatto istanza di impugnazione presso la Corte di Cassazione. Una iniziativa a sorpresa a fronte del fatto che il processo contabile si sonstanzia in solo due gradi di giudizio e pertanto fosse concluso. Ed in effetti sarebbe anche così, fatta salva l'ipotesi che i ricorrenti non contestino la sentenza in sé ma un vizio di "giurisdizione o di eccesso nelle competenze": in questo caso l'opzione Cassazione torna percorribile.

Proprio quello che è stato fatto dai legali, ricorrere in Cassazione sulle basi di cui sopra, facendo leva sull'interpretazione - accolta dalla Regione - che la sospensione dalla carica di Consigliere regionale sarebbe potuta occorrere solo dopo sentenza ultima, ovvero la Cassazione. Due binari paralleli dunque: una la procedura di riscossione del ristoro economico immediatamente esecutiva, l'altra amministrativa sulla sospensione dalla carica istituzionale "sospesa" a sua volta. 

Ed è su questo punto che si sta aprendo una feroce polemica da parte di Fd'I VdA che - quasi in solitaria - attacca e dipinge un quadro che se fosse confermato potrebbe essere detonante: secondo il movimento infatti, anche a fronte del ricorso in Cassazione, la sospensione dalla carica di Consigliere Regionale dovrebbe essere immediatamente esecutiva, secondo le "procedure previste dagli art. 5, 7 e 8 della Legge regionale 20 del 2007 in tema di incompatibilità sopravvenuta. Per la cronaca - aggiungono dal movimento - , l’articolo 5 della suddetta legge al comma “v” dispone che sono incompatibili i consiglieri che hanno un debito liquido ed ESIGIBILE e sono stati legalmente messi in mora".

Una ricostruzione secondo la quale la presunta inerzia del Presidente del Consiglio, Alberto Bertin, nel dare il via alla procedura di sospensione, non sarebbe giustificata ed anzi lo esporrebbe al rischio di star omottendo atti d'ufficio. Non solo, Fd'I aggiunge un dettaglio non secondario: secondo il movimento infatti una Delibera di Giunta, la numero 1244 del 4 ottobre scorso, avrebbe sostenuto esplicitamente che "la pendenza del ricorso alla Corte Costituzionale e dei ricorsi per Cassazione non sospende l'esecutività della sentenza”, ma questa delibera sarebbe poi scomparsa dal database consultabile al pubblico. Motivi per i quali il partito di Giorgia Meloni chiede a gran voce le dimissioni dello stesso Bertin. 

Insomma una vicenda che - se fosse riscontrata - diventerebbe l'ennesimo caso di poca trasparenza, caos giudiziario e amministrativo. Una vicenda che giungerà anche alle orecchie della Corte Costituzionale, nonché ha già scomodato l'intervento pubblico - probabilmente sollecitato - dell'Europarlamentare e leader di Forza Italia, Antonio Tajani. Ma soprattutto una vicenda che assomiglia sempre di più ad un sanguinoso conflitto di attribuzione che confonde il labile confine fra Giustizia e Politica. Ed oggi più che mai servirebbe rimettere al proprio posto gli uni e gli altri. 

Giuseppe Manuel Cipollone