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Zone Franche fra storia ed attualità

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Succede con una certa periodicità. Le Zone Franche suscitano dibattiti che sempre più sovente entrano nelle vertenze politico-economiche delle Regioni, in Italia ma – ad ampio respiro – anche nel resto d'Europa. L'argomento non è secondario, al contrario, per quanto attiene la Regione autonoma Valle d'Aosta che nello Statuto Speciale vede l'articolo 14 ad esso espressamente dedicato quale accordo Costituzionale. Esso recita “Il territorio della Valle d'Aosta è posto fuori dalla linea doganale e costituisce zona franca. Le modalità d'attuazione della zona franca saranno concordate con la Regione e stabilite con legge dello Stato” così come poi trattato dalla legge n.623 del 3 Agosto 1949 in attesa che fosse attuato il regime economico.

Purtroppo la Zona Franca regionale valdostana non è mai stata concordata né varata ed è rimasto argomento in sospeso fino ad oggi. Affrontato più volte e sollecitato dai parlamentari valdostani succedutisi nel corso delle legislature la questione è restata infatti inattuata. Emblematico l'intervento del deputato Corrado Gex in aula in un discorso del 13 dicembre 1962 in cui l'onorevole ricordava che, nonostante lo Statuto Speciale, la questione fosse stata sostanzialmente non trattata nel corso delle tre legislature precedenti. Più volte i vari Governi avevano proferito in aula promesse rimaste disattese. Destino, purtroppo, anche della quarta legislatura nonostante il forte impegno suo e del senatore Federico Chabod ed in seguito di altri quale Giovanni Fillietroz, ad esempio. Poche e parziali concessioni succedanee si sono lentamente dissolte nel tempo.

Nella comune tradizione economica, le zone franche (o più attuali “No Tax Area”) sono da sempre individuate in zone a svantaggio industriale o geografico. Lo scopo della No Tax Area è proprio quello di sostenere regioni che - per cause geografiche ed infrastrutturali risultano poco appetibili per le imprese. Questa filosofia ha condotto, in Europa, alla creazione di No Tax Area per le Isole Canarie, per l’isolato Stato del Nevada, del New Mexico, o delle Isole del Canale della Gran Bretagna. In Italia le concessioni in tal senso sono state assai parziali. Due esempi sono dati da Livigno e da Campione d'Italia dove, fra l'altro, registriamo anche l'esistenza di un Casinò.

È un errore comune quello di limitare l'istituzione di una Zona Franca con l'unico scopo di favorire lo scambio ed i consumi. Di solito i controlli sono molto puntuali e la possibilità di acquistare ed “esportare” merci non è così estesa per i compratori. Essa di per se dovrebbe superare il mero concetto mercantilistico, ma sarebbe bene agisse più in profondità favorendo la creazione di aziende in quelle zone che registrano difficoltà strutturali, abbiamo visto accesso e comunicazioni, per consolidare localmente un volano produttivo di ricchezza e non di mero trasferimento della stessa. Ad esempio uno status economico simile, potrebbe favorire l'ingresso di aziende in grado di utilizzare energia a minor costo. Nel contempo anche la movimentazione delle merci dovrebbe, però, poter contare su una rete accessibile e poco costosa per tutto ciò che trova trasformazione o produzione sul territorio. Produzione, lavorazione ed “esportazione”.

Più volte si è richiesta l'istituzione di regimi economici siffatti proprio con l'intento di puntare sulla generazione locale di ricchezza. Un regime di importazione agevolata con tariffe o “dazi” ridotti o nulli in temporanea importazione, potrebbe ad esempio favorire la localizzazione di settori industriali in grado di effettuare operazioni di semilavorazione o di “easy packaging” per merci già in fase di stato avanzato di lavorazione. Ecco che abbiamo fatto un passo avanti nel concetto di “Zona Franca” la quale non a caso di per sé risulta un concetto meritevole di progressione tecnica, oltre la sola area dedicata al minor costo dei prodotti ed al consumo finale.

Sia chiaro, l'evoluzione del concetto non spiazza affatto quello basilare, semplicemente lo completa, mantenendolo e allargandolo.

Un provvedimento del genere trova una nuova definizione in Zona Economica Speciale (ZES) invocata oggi a gran voce un po' da tutte le parti in Italia: la Sardegna, che trova difficoltà di ordine logistico alla localizzazione di imprese con inevitabili ricadute sull'occupazione e sul ritardo economico, i porti (Trieste e Genova) e la stessa Lombardia la quale, in teoria, dovrebbe meno risentire di queste problematiche.

Tuttavia il caso valdostano presenta aspetti diversi: innanzi tutto di diritto, essendo la questione richiamata nello stesso Statuto Speciale, secondariamente per la peculiarità del territorio il quale potrebbe essere favorevolmente sfruttato stante la posizione in “cuore” all'Europa stessa, in ultimo per la necessità di rompere quell'avvitamento intrapreso da diversi anni, ormai, con l'affievolirsi dei vantaggi che l'autonomia dovrebbe comunque salvaguardare. Con il Governo Centrale occorre, dunque, riprendere il dialogo necessario per l'attuazione dell'art 14 dello Statuto Speciale. La questione non permette, infatti, ulteriori ritardi e rinvii se intendiamo iniziare a porre un freno alla spirale di contrazione economica in cui la Valle d'Aosta è entrata in questi ultimi 8 anni.

I settori primari dell'economia, infatti, rappresentano solo un aspetto della ricchezza del territorio, importante, da sostenere e difendere in un contesto ambientale davvero aspro, con inevitabili ricadute sui costi sostenuti dal settore, ma di base. Quelli terziari tradizionali a loro volta vanno potenziati, soprattutto con l'intrapresa degli operatori locali seppure con una regia regionale, con strategie che promuovano la fruibilità del territorio durante tutto o quasi il corso dell'anno, ed esempi di terziario montano avanzato ne esistono molti sulle Alpi, ma il grosso della ricchezza di un territorio sta nella produzione o nella lavorazione di prodotti che, nel corso di un tempo assai ristretto, abbiamo perso. E che è necessario provare a recuperare.

Maurizio Moscatelli